Indice dell'articolo

Nel 2025 in Italia sono nate più di 323 mila imprese, mentre quelle guidate dagli under 35 continuano a diminuire. In Puglia aumentano le risorse per l’autoimpiego. Ma tra avere un’idea e costruire un’attività capace di durare c’è ancora un passaggio decisivo: imparare a capire se può funzionare.

Nel 2025 sono state iscritte al Registro delle imprese italiano 323.533 nuove attività. A fine anno il saldo tra aperture e cessazioni è risultato positivo per 56.599 unità, portando il numero complessivo delle imprese registrate a quasi 5,85 milioni. È un dato che racconta un sistema imprenditoriale ancora vitale, soprattutto nei servizi: crescono, tra gli altri, consulenza gestionale, pubblicità, attività finanziarie, software e consulenza informatica. Se però si guarda agli imprenditori più giovani, il quadro cambia. Tra il 2014 e il 2024 le imprese guidate da under 35 sono diminuite di circa 153 mila unità, il 24% in dieci anni, passando da quasi 640 mila a 486 mila. Una parte della contrazione riflette naturalmente l’andamento demografico e il progressivo superamento della soglia dei 35 anni da parte di titolari e amministratori. Ma insieme ai numeri cambia anche la composizione dell’imprenditoria giovanile: arretrano commercio, costruzioni e manifattura, mentre aumentano i servizi alle imprese e assumono maggiore peso le attività in cui competenze specialistiche e tecnologia sono determinanti. 

C’è poi un altro dato che aiuta a comprendere quanto sia diventato complesso trasformare un’intuizione in un’attività economica. Quasi otto neoimprenditori su dieci dichiaravano di aver incontrato difficoltà nell’avvio dell’impresa; per più della metà uno degli ostacoli era rappresentato dalle procedure amministrative.

Fare impresa, insomma, continua a essere una possibilità concreta. Ma richiede qualcosa di più di una buona idea.

Prima dell’impresa viene la verifica

Molte storie imprenditoriali cominciano con un’intuizione: un servizio che manca, una competenza che potrebbe trovare un mercato, un prodotto da realizzare in modo diverso, un bisogno osservato nel proprio territorio.

Il primo errore consiste spesso nel confondere quell’intuizione con l’impresa stessa. Avere un’idea significa formulare un’ipotesi. Costruire un’impresa significa sottoporre quell’ipotesi alla realtà.

Chi dovrebbe acquistare ciò che vogliamo offrire? Quale problema risolve? Come viene affrontato oggi? Perché un cliente dovrebbe cambiare abitudine, fornitore o prodotto? Quanto sarebbe disposto a pagare? E soprattutto: i ricavi potenziali possono sostenere i costi necessari per produrre quel valore?

Sono domande meno affascinanti della scelta del nome, dell’identità visiva o della pagina Instagram. Ma è così che comincia davvero il lavoro imprenditoriale.

Negli ultimi anni la cultura delle startup ha reso familiare un principio che vale ben oltre il settore tecnologico: il mercato va incontrato prima che il progetto sia finito. Parlare con potenziali clienti, osservare i loro comportamenti, costruire prototipi, sperimentare una prima versione del servizio significa raccogliere informazioni quando cambiare direzione costa ancora relativamente poco.

Una buona idea, in questa fase, non è quella che riesce a resistere a ogni critica. È quella che migliora grazie alle domande che riceve.

Il business plan serve prima di tutto a te 

Il business plan viene spesso associato al momento in cui bisogna presentare una domanda di finanziamento, partecipare a un bando o convincere una banca. In realtà il suo primo destinatario dovrebbe essere l’imprenditore.

Mettere un progetto in numeri costringe a esplicitare ciò che fino a quel momento abbiamo semplicemente immaginato: quanti clienti servono, quale prezzo possono sostenere, quali costi rimangono fissi anche nei mesi peggiori, quanto capitale occorre per partire, dopo quanto tempo l’attività può raggiungere un equilibrio. Ed è proprio mentre si fanno questi conti che un progetto spesso cambia: un prodotto può rivelarsi troppo costoso per il pubblico individuato, o ci si può rendere conto che un servizio pensato per un mercato molto ampio funziona meglio concentrandosi su una nicchia.

Il business plan è lo strumento che rende visibili le ipotesi e osservandole aiuta a verificarle.

L’impresa non nasce sempre da un piano già scritto

C’è un concetto sviluppato negli studi sull’imprenditorialità che aiuta a leggere bene questa fase di incertezza.

Si chiama effectuation ed è stato introdotto dalla studiosa Saras Sarasvathy all’inizio degli anni Duemila, dopo aver analizzato il modo in cui imprenditori esperti affrontano decisioni in condizioni difficili da prevedere.

La logica tradizionale parte generalmente da un obiettivo: stabilisco dove voglio arrivare e cerco i mezzi necessari per farlo. La logica effectual può partire dalla direzione opposta. Le prime domande diventano: chi sono, che cosa so fare, chi conosco? Da ciò che è già disponibile si cominciano a costruire combinazioni possibili, coinvolgendo progressivamente clienti, partner e altre persone interessate al progetto.

È una prospettiva particolarmente utile per chi pensa di dover avere tutto chiaro prima di cominciare.

L’impresa reale si costruisce spesso attraverso una successione di esperimenti, relazioni e aggiustamenti. Un primo cliente può suggerire un servizio diverso. Una competenza posseduta può trovare un mercato inatteso. Una collaborazione può aprire una direzione che non compariva nel piano iniziale.

Questo non significa procedere senza metodo. Significa riconoscere che, quando il futuro è incerto, imparare velocemente può essere più utile che prevedere perfettamente.

Resto al Sud 2.0: quando la formazione aumenta anche le possibilità di accesso

Per chi ha meno di 35 anni e vuole avviare un’attività nel Mezzogiorno, oggi uno degli strumenti da conoscere è Resto al Sud 2.0, la misura del Piano Integrato Autoimpiego gestita da Invitalia e rivolta anche alla Puglia. Possono accedervi, nel rispetto dei requisiti previsti, giovani tra 18 e 34 anni in condizioni di inattività, inoccupazione o disoccupazione, disoccupati inseriti nel programma GOL e giovani working poor.

Le agevolazioni a fondo perduto possono assumere forme diverse: un voucher fino a 40 mila euro, elevabile a 50 mila in determinati casi, oppure contributi pari al 75% degli investimenti fino a 120 mila euro e al 70% per programmi compresi tra 120 mila e 200 mila euro. Le domande vengono valutate in ordine cronologico e fino a esaurimento delle risorse disponibili.

Ma l’aspetto più interessante, soprattutto dal punto di vista della formazione, viene prima della richiesta di finanziamento.

Il Piano Integrato Autoimpiego prevede infatti percorsi facoltativi di 100 ore dedicati alla costruzione dell’idea imprenditoriale e del business plan: 60 ore di formazione su mercato, pianificazione economico-finanziaria, fiscalità, competenze digitali e progettazione d’impresa, seguite da 40 ore di accompagnamento specialistico per arrivare alla definizione del progetto da presentare.

Concludere con successo questo specifico percorso può avere anche un effetto concreto sulla domanda di incentivo. L’attestazione rilasciata al termine della formazione dà infatti diritto a una premialità fino a 10 punti nella valutazione delle domande per Resto al Sud 2.0 e Autoimpiego Centro-Nord. A ottobre 2026, secondo i dati del Ministero del Lavoro, oltre 9.800 giovani erano già entrati nei percorsi formativi e più di mille avevano ottenuto l’attestato utile alla premialità.

Perché un finanziamento può rendere possibile un investimento.
La formazione può aiutare a capire se quell’investimento ha davvero senso.

Contattaci per iniziare subito!