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Cambiare lavoro, aggiornare le proprie competenze o rientrare nel mercato dopo una crisi non dovrebbe dipendere soltanto dalla capacità individuale di adattarsi. Lifelong learning significa costruire strumenti che permettano agli adulti di avere più di una possibilità.
A vent’anni imparare sembra parte naturale della vita. A quaranta o cinquanta, invece, tornare a formarsi viene ancora raccontato come una deviazione: qualcosa che accade perché si è perso il lavoro, perché una professione è diventata meno richiesta o perché un cambiamento, personale o aziendale, ha costretto a rivedere i propri piani.
Eppure – in un mondo in cui le competenze invecchiano più rapidamente delle persone e le tecnologie modificano in breve tempo mansioni che sembravano consolidate – pensare che ciò che abbiamo imparato nella prima parte della nostra esistenza debba essere sufficiente per tutta la vita professionale significa continuare a immaginare un mercato del lavoro che non esiste più.
La risposta alle nuove esigenze del mercato del lavoro è il lifelong learning, l’apprendimento lungo tutto l’arco della vita, che è molto più di un invito ad “aggiornarsi continuamente”. Per un adulto imparare di nuovo comporta tempo, risorse economiche, orientamento e, spesso, la necessità di ricostruire fiducia nelle proprie capacità ed è per questo che le seconde possibilità non possono essere soltanto una responsabilità individuale.
Ricominciare non significa ripartire da zero
Quando incontriamo una persona adulta che deve rientrare nel mercato del lavoro, il punto di partenza raramente è l’assenza di competenze. Più spesso il problema è riuscire a riconoscere quelle già maturate, capire quali siano ancora spendibili e individuare ciò che manca per affrontare una transizione. Chi ha lavorato per vent’anni possiede conoscenze tecniche, abitudini professionali, capacità relazionali e organizzative che non scompaiono quando termina un contratto, ma può avere bisogno che quelle competenze vengano aggiornate, certificate o trasferite in un contesto diverso.
Questo è uno degli aspetti in cui la formazione degli adulti si distingue dall’idea tradizionale di scuola: non dovrebbe chiedere alla persona di dimenticare il proprio percorso e ricominciare da capo, ma aiutarla a rileggere ciò che sa fare alla luce di ciò che il mercato sta chiedendo.
Nella nostra quotidianità lo vediamo spesso. Dietro la parola “disoccupato” possono esserci storie completamente differenti: chi deve aggiornare una competenza digitale, chi ha bisogno di una vera riconversione professionale, chi rientra dopo un lungo periodo di inattività, chi deve prima ancora recuperare orientamento e fiducia, – alla luce della nostra esperienza – possiamo dire che gli strumenti di politica attiva del lavoro funzionano quando riescono a riconoscere queste differenze.
La formazione come politica del lavoro
Negli ultimi anni il sistema italiano ha progressivamente avvicinato formazione, orientamento e reinserimento lavorativo.
In Puglia il primo punto di accesso resta il Centro per l’Impiego. I 43 CPI regionali si rivolgono non soltanto alle persone disoccupate, ma anche ai cittadini stranieri con regolare permesso di soggiorno e ai lavoratori che ricevono forme di sostegno al reddito in costanza di rapporto, come la cassa integrazione. Attraverso il Patto di servizio è possibile accedere a orientamento, bilancio delle competenze, accompagnamento al lavoro e opportunità formative.
Ma, una seconda possibilità non va cercata solo se si è perso il lavoro. In molti casi sarebbe meglio intervenire prima.
È la logica dell’Avviso CIG 2025, attivo in Puglia dal marzo 2026 e rivolto a lavoratrici e lavoratori coinvolti in situazioni di crisi o riorganizzazione aziendale. La misura consente ai beneficiari di CIGS che rispettano i requisiti previsti di accedere a percorsi tecnico-professionali e linguistici, fino a 400 ore annue di formazione, con un’indennità di frequenza di 6 euro per ora. La scelta è significativa perché sposta il momento della formazione: non più soltanto dopo l’espulsione dal mercato del lavoro, ma durante la transizione.
Nella stessa direzione va il Fondo per il potenziamento delle competenze e la riqualificazione professionale, rifinanziato nel luglio 2026 con 50 milioni di euro. Le risorse sono destinate a percorsi rivolti, attraverso la programmazione regionale, ai percettori di NASpI e ai lavoratori interessati da consistenti riduzioni dell’orario per integrazione salariale, con interventi di aggiornamento, riqualificazione e valorizzazione delle competenze già maturate.
È un cambio di prospettiva importante: aspettare che una competenza diventi inutilizzabile è molto più costoso che aggiornarla mentre una persona è ancora dentro il mercato del lavoro.
Il tema diventa ancora più evidente per le persone straniere. L’accesso al lavoro passa spesso attraverso competenze che precedono quelle strettamente professionali. La conoscenza della lingua italiana permette di comprendere un contratto, seguire un corso sulla sicurezza, sostenere un colloquio e orientarsi autonomamente tra servizi e opportunità. Qui il lifelong learning mostra forse la sua dimensione più concreta: imparare non serve soltanto a essere più qualificati, ma può determinare la possibilità stessa di partecipare pienamente alla vita lavorativa e sociale.
Una seconda possibilità deve essere praticabile
Parliamo molto della capacità di reinventarsi. È diventata quasi una qualità morale: bisogna essere resilienti, adattabili, pronti a cambiare. Ma cambiare richiede condizioni. Serve sapere quali competenze possediamo, quali sono richieste, dove possiamo acquisire quelle mancanti e come sostenere economicamente il periodo necessario per farlo.
La responsabilità individuale rimane, nessuna politica attiva può sostituire la disponibilità di una persona a mettersi in gioco, ma una società che considera normale lavorare sempre più a lungo deve considerare altrettanto normale poter imparare più volte durante la vita. Una seconda possibilità, in fondo, non consiste nel cancellare ciò che è accaduto prima, ma nel fare in modo che ciò che è accaduto prima non decida tutto ciò che potrà accadere dopo.
Da portare con sé — Lifelong learning
L’apprendimento permanente parte da un’idea semplice: la formazione non appartiene a una fase della vita, ma accompagna le sue transizioni.
Non impariamo soltanto per entrare nel lavoro. Impariamo anche per restarci, cambiarlo, ritornarci e, qualche volta, per scoprire che ciò che sappiamo fare può portarci da un’altra parte.
