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Intelligenza artificiale, prototipazione digitale, sostenibilità e nuovi linguaggi stanno ridisegnando moda, design e comunicazione. Le professioni creative non scompaiono: cambiano forma. E cresce il bisogno di figure capaci di muoversi tra cultura del progetto e tecnologia.
C’è un piccolo paradosso nei dati sul futuro del lavoro.
Il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum colloca il pensiero creativo tra le competenze destinate a crescere maggiormente entro il 2030, insieme all’intelligenza artificiale, ai big data e alla technological literacy. Design e user experience continuano, inoltre, ad acquisire importanza sotto la spinta della trasformazione tecnologica. Sembra una contraddizione. In realtà racconta con una certa precisione quello che sta accadendo.
La creatività continua a servire. Cambia il modo in cui viene trasformata in lavoro.
Produrre un’immagine, impaginare un catalogo o realizzare una prima proposta grafica sono attività che strumenti sempre più sofisticati possono accelerare. Diventa invece più difficile automatizzare interamente la capacità di interpretare un contesto, costruire un’identità, comprendere un pubblico, progettare un’esperienza o trasformare un’intuizione creativa in un prodotto realizzabile. È qui che si sta spostando il valore.
Saper usare un software non basta più. Ma non basta neppure avere una buona idea
In Italia il cambiamento è già visibile nella domanda delle imprese.
Secondo il Sistema Informativo Excelsior, nel 2025 le competenze legate all’utilizzo delle tecnologie internet e alla produzione e gestione di strumenti di comunicazione visiva e multimediale erano richieste al 61,2% dei profili professionali in ingresso. Quasi un’assunzione programmata su due richiedeva inoltre capacità nell’uso di linguaggi e metodi matematici e informatici, mentre nel 36% dei casi veniva richiesta la capacità di applicare soluzioni innovative. Dentro le industrie culturali e creative il quadro è ancora più interessante. Il 55,7% dei profili ricercati richiede competenze digitali elevate, ma le imprese attribuiscono contemporaneamente grande importanza alla capacità di adattamento, richiesta nel 68,5% delle entrate, al lavoro di gruppo nel 65,9% e al problem solving nel 57,5%.
Il professionista creativo del futuro, quindi, assomiglia sempre meno alla figura che padroneggia un solo strumento: deve conoscere il linguaggio visivo, ma capire anche come quel linguaggio vive su piattaforme differenti. Deve saper progettare, valutando vincoli produttivi, materiali e processi. Deve utilizzare software e intelligenza artificiale senza delegare loro completamente le decisioni. Deve saper lavorare con designer, tecnici, marketer, sviluppatori, artigiani e responsabili di produzione.
In una parola, deve essere ibrido.
La moda mostra bene che cosa sta accadendo
Pochi settori rendono questa trasformazione visibile quanto la moda.
Per molto tempo abbiamo separato nettamente le professioni creative da quelle tecniche. Da una parte lo stilista e il designer, dall’altra il modellista, il prototipista, chi gestisce produzione, materiali e processi.
Un modello può nascere attraverso strumenti di progettazione 3D, si può sviluppare digitalmente un campione prima ancora di utilizzare il materiale fisico. Realtà aumentata, rendering, intelligenza artificiale generativa e virtual showroom stanno modificando persino il modo in cui un prodotto viene immaginato, presentato e venduto.
Il risultato è che al sistema moda servono figure capaci di stare nel punto di incontro tra l’idea e la sua realizzazione.
Non è un’esigenza marginale. La filiera italiana della moda e degli accessori conta oltre 50 mila imprese e circa 500 mila addetti. Nel maggio 2026 Unioncamere, Confindustria Moda e Confindustria Accessori Moda hanno rinnovato un accordo specificamente dedicato al rapporto tra formazione e imprese, indicando tra le priorità proprio lo sviluppo di professionalità capaci di unire creatività, innovazione, cultura tecnica e competenze digitali. È una scelta che nasce anche da un problema concreto: il settore possiede un patrimonio produttivo e artigianale straordinario, ma deve trasferirlo a una nuova generazione mentre tecnologie e mercati cambiano rapidamente.
Preservare un sapere, oggi, significa anche essere capaci di trasformarlo.
In Puglia, tradizione e trasformazione convivono
La questione riguarda direttamente il nostro territorio.
Il sistema moda pugliese conserva una presenza significativa nella produzione tessile, nell’abbigliamento e soprattutto nella calzatura. La stessa Regione Puglia individua il Sistema Moda tra le filiere della propria strategia di innovazione, collegandolo alla manifattura sostenibile e insistendo sull’integrazione tra artigianalità, tecnologia, nuovi materiali, processi innovativi e capacità di competere sui mercati internazionali.
Sarebbe sbagliato guardare a queste trasformazioni come fenomeni astratti, perché l’innovazione modifica anche il significato di alcune professioni. Il modellista non lavora più soltanto con carta, tessuto e forme fisiche, ma deve muoversi tra prototipazione manuale e digitale, così come chi si occupa del prodotto deve padroneggiare contemporaneamente progettazione, produzione, posizionamento e sostenibilità. Persino la distinzione tra lavoro “manuale” e lavoro “digitale” perde progressivamente significato: una scarpa continua a essere un oggetto fisico, ma prima che arrivi sul mercato può attraversare modellazione digitale, prototipazione, gestione informatizzata della produzione, fotografia, rendering, e-commerce, social media e analisi dei dati.
Il futuro di molti mestieri creativi, secondo noi, sarà proprio nella capacità di attraversare l’intero processo senza perdere la qualità dello sguardo.
Formare professionisti per lavori che stanno ancora cambiando
È in questo scenario che si inserisce ITS Academy MITI Moda, la Fondazione pugliese dedicata alle nuove tecnologie per il Made in Italy nel tessile, nell’abbigliamento e nella calzatura, della quale ASCLA è socio fondatore. La rete mette insieme scuole, enti di formazione, imprese, università, centri di ricerca ed enti locali e la formazione è caratterizzata da percorsi relativamente brevi, sempre in relazione strutturale con le imprese. Una quota consistente delle ore viene svolta in stage e gran parte della docenza proviene direttamente dal mondo del lavoro, proprio per ridurre la distanza tra ciò che si studia e ciò che, pochi mesi dopo, viene richiesto in azienda. Un metodo che funziona, come confemrato dal monitoraggio nazionale INDIRE 2026: circa l’80% dei diplomati ITS risulta occupato entro un anno dal diploma e, tra gli occupati, il 92,8% svolge un lavoro coerente con gli studi effettuati.
Guardando ai percorsi attivati negli ultimi anni si comprende bene quanto sia cambiato il concetto stesso di “studiare moda”: accanto alla modellistica compaiono prototipazione manuale e digitale, marketing e comunicazione del prodotto moda, sostenibilità, sviluppo delle collezioni e gestione dei processi produttivi. Nell’offerta 2025-2027 figurano, tra gli altri, il percorso di Prototipista Calzaturiero a Casarano, Fashion Marketing a Taranto e un Advanced Program in Sustainable Fashion & Digital Communication a Monteroni di Lecce.
Non è semplicemente una nuova versione di un vecchio mestiere. È l’esempio di come il sapere manifatturiero può incontrare la tecnologia senza perdere la propria natura.
E per un territorio come il nostro questa può essere una buona notizia, a condizione di comprenderla per tempo. La Puglia possiede competenze manifatturiere che difficilmente possono essere ricostruite rapidamente una volta perdute. Persone che conoscono materiali, lavorazioni, calzature, confezione, modellistica e processi produttivi rappresentano un patrimonio economico oltre che culturale.
Il compito della formazione non è scegliere tra quel patrimonio e il digitale.
È metterli in relazione.
