Indice dell'articolo
La responsabilità di un’organizzazione non si misura soltanto da ciò che produce, ma anche dall’impatto che sceglie di avere sulle persone e sul territorio.
Il calendario ci dice che l’anno inizia a gennaio. Ma la vera ripartenza, diciamo la verità, è ora. È a settembre che si fanno i buoni propositi, a settembre ripartono i corsi e le scuole, si lanciano i nuovi progetti, riprendono le attività con le imprese e, spesso, si ricomincia a cercare lavoro dopo la stagione turistica.
Noi, però, siamo convinti che la ripartenza non sia soltanto uno scatto verso un nuovo obiettivo da raggiungere, ma anche un’occasione per fermarsi e riflettere sul perché facciamo quello che facciamo.
E, per ASCLA, la risposta a questa domanda ha molto a che fare con la parola che accompagnerà questo autunno: responsabilità. Una parola impegnativa, perché non riguarda soltanto ciò che siamo chiamati a fare, ma soprattutto le conseguenze delle nostre scelte. Essere responsabili significa chiedersi quale effetto produce il nostro lavoro sulle persone, sulle organizzazioni con cui collaboriamo e, più in generale, sul contesto nel quale siamo inseriti.
Per un’organizzazione che si occupa di formazione questa domanda è particolarmente importante. Perché formare non significa semplicemente trasferire conoscenze. Significa intervenire, anche solo in piccola parte, sulla traiettoria di una persona.
Formare per creare possibilità
Ogni percorso formativo ha un punto di partenza molto semplice: la possibilità di modificare ciò che una persona è in grado di fare attraverso l’acquisizione di una nuova competenza.
Ma oggi questa idea assume un’importanza ancora maggiore. Il mercato del lavoro cambia rapidamente, le tecnologie trasformano professioni e processi, mentre in Europa continuano a convivere una crescente domanda di competenze e la difficoltà delle imprese nel trovare persone adeguatamente preparate. La Commissione europea parla ormai apertamente di una Union of Skills, mettendo insieme istruzione, formazione permanente, riqualificazione e capacità di affrontare le transizioni professionali.
Se quasi quattro PMI europee su cinque dichiarano difficoltà nel trovare lavoratori con le competenze di cui hanno bisogno, la formazione non può essere considerata un elemento accessorio del lavoro, ma deve diventare una delle infrastrutture attraverso cui una società costruisce il proprio futuro.
Oltre a questo, c’è anche un’altra ragione per cui, secondo noi, la formazione è una questione di responsabilità: non tutte le persone partono dallo stesso punto. Una persona che ha perso il lavoro dopo molti anni, un giovane che ha abbandonato la scuola, una donna che deve conciliare la ricerca di un’occupazione con la propria vita familiare, un adulto che rischia di essere espulso dal mercato del lavoro, una persona con disabilità hanno bisogni differenti e, soprattutto, hanno davanti a se’ possibilità differenti.
Il compito di chi forma non è soltanto offrire un contenuto valido, ma creare le condizioni perché quel contenuto possa diventare una possibilità reale. È una distinzione importante, perché la formazione che non riesce a trasformarsi in autonomia, orientamento, occupabilità o capacità di partecipare alla vita sociale rischia di fermarsi molto prima del suo vero obiettivo.
Ed è anche per questo che nel nostro lavoro le attività di formazione, orientamento e accompagnamento sono difficili da separare. A luglio abbiamo pubblicato il Bilancio Sociale 2025 e, la fotografia scattata dal report racconta una filiera che parte dall’accoglienza e arriva, a seconda dei casi, all’inserimento lavorativo, all’integrazione sociale o al sostegno di bisogni più immediati.
La responsabilità, quindi, per noi, comincia dalla persona. Ma non si esaurisce nel rapporto umano.
Una persona non cresce mai da sola
C’è un’idea di formazione che considera l’individuo quasi come un’isola: entra in aula, acquisisce competenze, esce e porta con sé ciò che ha imparato.
La realtà dentro l’aula, invece, è molto diversa: le competenze hanno bisogno di contesti nei quali poter essere utilizzate e le persone hanno bisogno di relazioni, opportunità, luoghi di incontro, servizi e comunità capaci di sostenerne i percorsi. Per questo educazione, formazione e lavoro sono inscindibili dal contesto sociale nel quale si sviluppano.
È una delle ragioni per cui negli ultimi anni il concetto di comunità educante ha assunto un’importanza crescente nelle politiche sociali ed educative: l’idea che la crescita di bambini e ragazzi non sia responsabilità esclusiva della scuola, ma il risultato di una responsabilità condivisa tra famiglie, istituzioni, terzo settore, associazioni e territorio.
È in questa prospettiva che abbiamo avviato nel settembre 2025 il progetto TERR.A.N.O.VA., che coinvolge 101 ragazze e ragazzi tra gli 11 e i 17 anni e lavora sulla prevenzione della dispersione scolastica, sulle competenze digitali e STEM, sull’inclusione, sull’orientamento e sull’accompagnamento educativo, attraverso una rete di soggetti del Terzo Settore e partner istituzionali.
Chi guarda in maniera superficiale vede in TERR.A.N.O.VA. un progetto rivolto ai giovani. Per noi TERR.A.N.O.VA. è un percorso che prova a modificare le condizioni nelle quali quei giovani costruiranno il proprio futuro. È questa l’idea che ci porta a trasformare la responsabilità verso le persone in responsabilità verso la comunità.
La Responsabilità Sociale d’Impresa va oltre la beneficenza
Nel mondo delle organizzazioni si parla tanto di Corporate Social Responsibility, o CSR, ma è un concetto usato a volte in modo talmente generico da essere svuotato di significato. La definizione europea è essenziale: la responsabilità sociale d’impresa è la responsabilità delle organizzazioni per il loro impatto sulla società. La definizione dice poco, ma alcune volte è quello che non viene detto che definisce i concetti: la definizione europea non parla di beneficenza, non dice che un’impresa è socialmente responsabile perché, accanto alla propria attività, finanzia qualche iniziativa meritevole.
La responsabilità sociale riguarda prima di tutto il modo in cui un’organizzazione produce valore, e gli effetti che questo processo genera sulle persone e sulla società.
Negli ultimi anni questo principio è diventato sempre più concreto anche sul piano europeo. La sostenibilità non viene più considerata soltanto una questione ambientale o reputazionale: gli strumenti europei di rendicontazione guardano all’impatto ambientale, sociale e di governance e al rapporto tra questo impatto e la capacità dell’organizzazione di creare valore nel tempo.
Ragionare in questi termini cambia anche il modo in cui possiamo guardare al nostro lavoro. Perché se prendiamo sul serio il concetto di responsabilità, dobbiamo chiederci non soltanto che cosa facciamo, ma che cosa produciamo attraverso il nostro lavoro.
La formazione produce competenze.
Quelle competenze possono produrre occupazione.
L’occupazione può produrre autonomia.
L’autonomia può rafforzare una famiglia.
Una famiglia più stabile contribuisce a creare una comunità più solida.
E una comunità solida – in grado di trattenere, includere e far crescere le persone – diventa una risorsa per il territorio.
Non è una catena automatica e non tutti i percorsi hanno lo stesso esito. Ma è questa la direzione nella quale crediamo e a cui aspiriamo con il nostro impegno quotidiano.
Restituire valore
Da qui nasce un’altra parola che per noi è fondamentale: restituzione.
Un’organizzazione non vive mai in uno spazio vuoto. Utilizza risorse, competenze, infrastrutture, relazioni. Cresce grazie alle persone che lavorano al suo interno e grazie alle comunità che la circondano.
Per questo, prima ancora di chiederci quanto valore produciamo, dovremmo chiederci anche quanto valore siamo capaci di restituire.
Nel Bilancio Sociale 2025 questo principio prende una forma molto concreta. ASCLA ha destinato 214.843 euro a sponsorizzazioni e contributi, sostenendo 52 realtà e iniziative del territorio. Le aree principali sono lo sport, la cultura e le tradizioni locali. Ma il dato economico, da solo, non racconta fino in fondo il significato di questa scelta.
Finanziare una realtà sportiva significa riconoscere che lo sport può essere un presidio educativo e sociale. Contribuire alla produzione di una manifestazione culturale significa investire nella possibilità delle persone di incontrarsi, condividere esperienze, costruire partecipazione. Sostenere una festa patronale o una tradizione locale significa riconoscere che anche la memoria e i rituali collettivi contribuiscono a costruire appartenenza.
È per questo che nel nostro Bilancio Sociale abbiamo scelto di chiamare questa sezione “Restituire valore al territorio”. La parola restituzione contiene un’idea precisa: ciò che riceviamo da un territorio non dovrebbe esaurirsi nel valore che riusciamo a estrarne. Dovrebbe tornare a circolare sotto forma di competenze, opportunità, relazioni, cultura, partecipazione.
È una concezione della responsabilità sociale che ci interessa più della semplice logica della sponsorizzazione. Non si tratta di “dare qualcosa indietro” per compensare ciò che un’organizzazione prende. Si tratta di riconoscere di essere parte di un sistema di relazioni e di avere, proprio per questo, una responsabilità nei suoi confronti.
Il territorio come parte del lavoro
Guardando da questa prospettiva, cambia anche il significato della parola territorio, che non è semplicemente il luogo nel quale ASCLA opera, ma è l’insieme delle relazioni che rendono possibile il lavoro che facciamo. Il nostro “territorio” sono le scuole con cui collaboriamo, le imprese che cercano competenze, le istituzioni, le associazioni, le famiglie, gli educatori, gli orientatori, gli enti del Terzo Settore, tutti quei luoghi nei quali le persone imparano, lavorano, si incontrano e costruiscono la propria identità.
Siamo convinti che lo sviluppo locale non possa essere misurato soltanto attraverso gli indicatori economici, o perlomeno non con gli indicatori di cui ufficialmente disponiamo oggi. Crediamo che un territorio cresca anche quando riesce a trattenere competenze, quando offre ai giovani possibilità concrete, quando offre una strada per ricominciare a una persona che ha perso il lavoro, quando un ragazzo non viene lasciato solo davanti alla scelta del proprio futuro.
In questo senso la formazione è una vera infrastruttura territoriale. Non si vede, perché non è fatta di cemento, strade o edifici, ma contribuisce a creare qualcosa di realmente tangibile: la capacità delle persone di affrontare il cambiamento, la capacità delle imprese di innovare, la capacità delle comunità di includere.
Da dove ripartiamo
È questa, in fondo, la responsabilità che vogliamo rimettere in circolo in questo autunno. Non una responsabilità intesa come peso, né come insieme di obblighi da aggiungere al nostro lavoro quotidiano, ma la consapevolezza che ogni attività produce conseguenze e che ogni organizzazione può scegliere quale tipo di impatto generare.
Ed è a questo che serve il Bilancio Sociale: non soltanto a rendicontare ciò che è stato fatto, ma a rendere visibile il legame tra le attività e la visione che le sostiene.
Guardando al 2025, quel legame per noi è abbastanza chiaro.
Abbiamo lavorato sulle competenze perché crediamo nell’autonomia delle persone. Abbiamo costruito percorsi educativi perché crediamo che nessun talento dovrebbe essere perso per mancanza di opportunità. Abbiamo lavorato con le imprese perché la competitività passa anche dalla capacità di far crescere le persone. Abbiamo sostenuto associazioni sportive, reti, iniziative, associazioni e tradizioni perché crediamo che un territorio sia forte quando le relazioni che lo compongono sono vive.
E vogliamo continuare a farlo tenendo insieme tutto questo.
Perché la formazione non riguarda soltanto il lavoro. Riguarda la possibilità di partecipare al proprio tempo, di comprendere il cambiamento, di prendere decisioni, di costruire autonomia.
E la responsabilità di un’organizzazione si misura anche nel rapporto che sceglie di avere con le persone e con il luogo in cui quel mestiere prende forma.
A settembre, quindi, non ripartiamo semplicemente con un nuovo calendario. Ripartiamo da una domanda: che cosa possiamo fare, attraverso il nostro lavoro, perché le persone e i territori nei quali viviamo abbiano più possibilità di futuro?
È una domanda che non ha una risposta definitiva. Ed è proprio per questo che vale la pena continuare a farsela.
