Ogni innovazione tecnologica cambia il modo in cui lavoriamo. È successo con il computer, con Internet e oggi sta accadendo con l’intelligenza artificiale. Ma cosa significa, concretamente, fare il graphic designer nel 2026? Lo abbiamo chiesto ad Andrea Raho, professionista e formatore ASCLA, che ogni giorno accompagna i giovani a scoprire una professione in continua evoluzione, dove gli strumenti cambiano rapidamente, ma la capacità di progettare resta la competenza più importante.

 

Quando si parla di graphic designer, molti pensano ancora a chi “disegna loghi” o “impagina volantini”. In realtà, di cosa si occupa oggi un grafico professionista?

Succede spesso. Quando dico che faccio il graphic designer, la prima risposta è: “Ah, quindi fai i loghi?”. In realtà è solo una piccola parte del nostro lavoro.

Oggi un designer si occupa di progettare la comunicazione visiva a 360 gradi. Significa costruire l’identità di un’azienda, raccontarne i valori, progettare contenuti per il web, i social, la stampa, le app, i siti internet. Ogni colore, ogni carattere tipografico, ogni immagine viene scelto perché deve comunicare qualcosa.

Quello che mi piace sempre ricordare è che il nostro lavoro non è rendere le cose semplicemente belle, ma renderle comprensibili, riconoscibili ed efficaci.

Come è cambiata questa professione negli ultimi anni, soprattutto con l’arrivo del digitale, dei social e ora dell’intelligenza artificiale? Quali nuove competenze sono diventate fondamentali?

È cambiata continuamente, e credo che sia proprio questo uno degli aspetti più affascinanti del nostro mestiere.

Quando ho iniziato, si parlava molto di stampa. Oggi la maggior parte dei progetti nasce pensando prima allo smartphone e poi al resto. Sono cambiati i tempi, i linguaggi e anche il modo in cui le persone consumano i contenuti. L’intelligenza artificiale rappresenta probabilmente la trasformazione più importante degli ultimi anni. Io la considero uno strumento, non un avversario. Mi permette di sperimentare, velocizzare alcune attività e dedicare più tempo alla parte progettuale. 

Le competenze che fanno davvero la differenza, però, sono sempre le stesse: saper analizzare un problema, avere spirito critico, conoscere la comunicazione e continuare a imparare. Gli strumenti cambiano continuamente; il metodo rimane.

Parliamo dell’esperienza come docente in ASCLA LAB: cosa cerchi di trasmettere, oltre alle competenze tecniche, ai ragazzi e alle ragazze che iniziano questo percorso di Obbligo Formativo?

La cosa che ripeto più spesso in aula è che imparare un programma non significa diventare un grafico.

I software sono strumenti: oggi usiamo alcuni, domani ne useremo altri. Quello che cerco di trasmettere è un modo di pensare. Invito sempre gli studenti a osservare ciò che li circonda, a farsi domande, a essere curiosi.

Quando un ragazzo mi chiede quale font usare o quale colore scegliere, la mia prima domanda è quasi sempre: “Perché?”. Se riesce a motivare quella scelta, significa che sta già ragionando come un progettista. Mi piace anche insegnare che gli errori fanno parte del percorso. Nel design difficilmente la prima idea è quella giusta. Si prova, si sbaglia, si corregge e si cresce.

Il grafico oggi lavora a cavallo tra creatività, strategia e tecnologia. Quanto è importante saper dialogare con altre figure — copywriter, social media manager, sviluppatori, fotografi — per costruire un progetto di comunicazione efficace?

È fondamentale. Oggi nessun progetto nasce davvero da una sola persona.

Mi capita spesso di lavorare insieme a fotografi, videomaker, sviluppatori, copywriter o esperti di marketing. Ognuno vede il progetto da un punto di vista diverso e il risultato migliore nasce proprio dal confronto.

Credo che una delle qualità più importanti per un designer sia saper ascoltare. Non basta avere una buona idea: bisogna anche saperla condividere, discuterla e, quando serve, migliorarla insieme agli altri.

Quali sono gli aspetti più interessanti e meno conosciuti del lavoro di designer? Cosa scoprono gli allievi quando entrano davvero “dentro” la professione?

Che il design è molto meno improvvisazione di quanto sembri.

Spesso gli studenti arrivano pensando che basti avere fantasia. Dopo qualche mese scoprono che dietro un logo possono esserci decine di schizzi, ricerche, confronti con il cliente e revisioni.

Capiscono che il nostro lavoro è risolvere problemi di comunicazione. Se un’informazione è più chiara, un prodotto viene riconosciuto più facilmente o un messaggio arriva nel modo giusto, allora il progetto ha funzionato. Ed è una soddisfazione enorme vedere i ragazzi accorgersi che iniziano a osservare il mondo con occhi diversi: analizzano cartelloni, confezioni, siti web e perfino i menu dei ristoranti. È il momento in cui il design diventa davvero parte del loro modo di pensare.

Molti giovani pensano che con l’AI “ormai chiunque può fare grafica”. È sensato temere che questa professione stia perdendo valore? O è meglio vedere il risvolto della medaglia, cioè che l’IA apre molte opportunità innovative?

Capisco questa sensazione, perché gli strumenti di intelligenza artificiale sono davvero sorprendenti.

Però fare grafica non significa semplicemente generare un’immagine. Significa capire un cliente, interpretarne gli obiettivi, costruire una strategia e prendere decisioni consapevoli.

L’IA può aiutare tantissimo, e secondo me chi imparerà a usarla bene avrà nuove opportunità professionali. Ma rimarrà sempre fondamentale la capacità di progettare, di scegliere e di dare un senso alle immagini.

In fondo è successo anche con Photoshop: quando arrivò qualcuno pensò che avrebbe sostituito il grafico. In realtà ha semplicemente cambiato il modo di lavorare.

Guardando al territorio pugliese, quali sono le opportunità per i giovani creativi che vogliono lavorare qui senza dover per forza andare via?

Sono molto più numerose rispetto a qualche anno fa. In Puglia ci sono realtà imprenditoriali sempre più attente alla comunicazione, agenzie che lavorano a livello nazionale e tante aziende che cercano professionisti preparati.

In più oggi possiamo collaborare con clienti ovunque grazie al lavoro da remoto. Questo permette ai giovani di costruire una carriera importante senza dover necessariamente lasciare il proprio territorio.

Naturalmente bisogna continuare a studiare, aggiornarsi e costruire un buon portfolio. Ma le possibilità ci sono e vale la pena coglierle.

Un consiglio a chi sta cercando la propria strada professionale?

Direi di non inseguire soltanto il lavoro del momento, ma di investire sulle proprie competenze.

La tecnologia cambierà ancora tantissimo nei prossimi anni, mentre curiosità, capacità di imparare e spirito di adattamento resteranno sempre qualità preziose.

E poi un consiglio che do spesso ai miei studenti: non abbiate paura di sbagliare. Ogni progetto, anche quello meno riuscito, insegna qualcosa. È così che si cresce, sia come professionisti sia come persone.